• Rogier van der Weyden
  • 1450 circa
  • 96cm x 110 cm
  • Olio su tavola
  • Galleria degli Uffizi – Firenze

Le origini di questa tavola sono incerte. Si crede – senza alcuna certezza – che possa essere stata il centro di un perduto trittico commissionato da Lionello d’Este, Duca di Ferrara. Altre ipotesi, più probabili, sostengono che questo lavoro decorasse la villa medicea di Careggi, luogo menzionato da Giorgio Vasari nelle sue Vite, e che i Medici fossero stati i committenti dell’opera. Non essendo firmata, l’opera fu attribuita anticamente a Hans Hemling e successivamente ad Albrecht Dürer, perció il riconoscimento della paternità di Rogier van der Weyden avvenne solo nell’ Ottocento.

L’opera fu eseguita intorno al 1450 a Firenze, dove l’autore soggiornò durante il suo viaggio in Italia in occasione del Giubileo: soggiorno confermato dal De Viribus Illustribus di Bartolomeo Facio e dalla commissione medicea della Madonna col Bambino; e dalle analogie con la tavola centrale della predella della Pala di San Marco, raffigurante per l’appunto il Compianto di Cristo, di Beato Angelico.

Il dipinto è rettangolare e mostra la sepoltura di Cristo, inclinato di lato e avvolto in un panno, circondato da cinque personaggi. Alla sua sinistra riconosciamo la Vergine Maria, con un velo bianco purissimo sul capo, addolorata. A destra invece troviamo un giovane e dolente San Giovanni Evangelista, vestito con una tunica e un mantello rossi, leggermente chinato a sostenere il panno bianco che avvolge il Cristo. Queste due figure gli tengono le mani, ricreando la postura della Crocifissione. In primo piano è inginocchiata la Maddalena, le braccia lievemente aperte per il dolore. Dietro il Cristo si vedono due personaggi anziani, abbigliati elegantemente, che contrariamente a tutte le altre figure scalze, indossano calzari; e in più sono gli unici a non avere l’aureola. I due uomini sono Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che guarda con occhi tristi e guance rigate dalle lacrime lo spettatore. Secondo la tradizione nelle sue fattezze si nasconderebbe un autoritratto del pittore stesso o addirittura un ritratto di Cosimo il Vecchio de’ Medici, probabile committente del dipinto.

La composizione simmetrica è movimentata sia dalla lastra rettangolare di chiusura del sepolcro disposta diagonalmente a terra; e dalla posizione della Maddalena, decentrata rispetto all’asse costituito dal corpo di Cristo e dalle tre croci sul Golgota che si scorgono in lontananza.

Per quest’opera, l’autore si ispirò sicuramente alla Pietà di Beato Angelico, dalla quale riprese l’apertura rettangolare del sepolcro, al centro di una grotta rocciosa, e le pose dei personaggi laterali. Mentre però l’opera dell’Angelico è caratterizzata da una composizione ordinata e solenne, la scena di van der Weyden è più affollata, complessa, col Cristo al centro e i cinque personaggi laterali. Secondo la visione fiamminga, la linea dell’orrizzonte e il punto di vista sono più alti, gli sguardi angosciati e più espressivi, creando un maggiore coinvolgimento emotivo dell’osservatore.

I colori sono più accesi e la luce più brillante, anche grazie all’utilizzo della tecnica ad olio. Alla più rigida sintesi tipicamente italiana, si contrappone inoltre l’efficacissima resa minuziosa del paesaggio: si può osservare l’erbetta che spunta dalle rocce, il prato ricco di specie botaniche, il viottolo che porta al sepolcro attraverso un cancelletto di legno, fino alla città che chiude lo sfondo.

Giulia Casalini