• Francisco Goya
  • 1819-1823
  • 49,3×83,4
  • Olio su muro trasferito su tela
  • Museo del Prado – Madrid

Le opere di  Francisco de Goya y Lucientes, pittore e incisore spagnolo, spaziano dalla pittura da cavalletto ai murales, fino alle incisioni e ai disegni. Nel complesso sviluppò uno stile che preannuncia il Romanticismo. L’arte “goyesca”, allo stesso tempo, presuppone l’inizio della pittura contemporanea tanto che Goya viene considerato il precursore delle avanguardie pittoriche del Novecento. Il quadro “Dos viejos comiendo sopa” appartiene al periodo delle Pitture nere (Pinturas negras). Con il ritorno al trono di Ferdinando VII nel 1819, Goya si confinò nella sua casa, una tenuta posta sulla riva destra del fiume Manzanares. Nel novembre di quell’anno Goya si ammalò gravemente e cadde in depressione. Fu in quel periodo che dipinse sulle pareti della propria casa le quattordici pitture che simboleggiano la vecchiaia, la morte e la solitudine. Dos viejos comiendo sopa, date le sue dimensioni ridotte, occupava probabilmente lo spazio soprastante una porta del pianoterra della casa. Le opere furono dipinte a partire dal 1820 coprendo delle preesistenti immagini campestri e si conclusero nel 1823 con la cessione della tenuta a suo nipote Mariano e con la partenza di Goya per Bordeaux, dove morì cinque anni dopo. Nel 1830 Mariano de Goya lasciò la tenuta a suo padre, Javier de Goya. L’intonaco delle Pitture nere fu trasferito su tela nel 1873 da Salvador Martínez Cubells su incarico di un banchiere belga che voleva venderle all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Le opere, tuttavia, non attrassero nessun acquirente, motivo per il quale furono donate nel 1881 al Museo del Prado di Madrid.


La scena rappresenta due vecchi che mangiano zuppa. In realtà soltanto uno di loro mangia impugnando il cucchiaio. L’aspetto di questo personaggio è particolare: non è chiaro se si tratti di un uomo o di una donna e la sua bocca assume una smorfia grottesca. L’altro personaggio si contrappone al primo: con viso da cadavere, i suoi occhi sono due cavità nere e la sua testa assomiglia a un teschio. Il vecchio o la vecchia guarda di lato indicando con un dito nella stessa direzione ma non si conosce il significato del gesto. L’altro tiene in mano dei fogli, probabilmente una lista, e sembra sussurrare qualcosa all’anziano. È una composizione molto semplice e scarna, quasi uno schizzo. Su un fondo nero Goya ha semplicemente dato delle pennellate ocra evitando gli occhi, la bocca e le zone scure. La pittura è spessa, materica, caratteristica che sottolinea e anticipa la componente espressionista. Le pennellate sono visibili, confuse e incongruenti. Le macchie diventano fondamentali per dare la forma alle sagome dei personaggi e per raccontare il momento. Come in tutte le Pitture nere, i colori e le tonalità si limitano all’utilizzo dei toni ocra, grigi e neri, con qualche rara sfumatura di bianco e azzurro nei vestiti per creare contrasto.

In questo dipinto Goya ci mostra tratti indefiniti dove la linea si disperde grossolanamente nel fondo dando un senso di sporcizia. La composizione è asimmetrica e statica. Nel quadro predomina il colore sulla linea. Il forte contrasto dei chiaroscuro crea lo spazio della scena e dà alla luce un carattere espressivo. Le interpretazioni sono diverse. Secondo alcuni la figura alla destra è la morte che tiene in mano la lista delle anime che vuole portare con sé. Secondo altri è uno sberleffo di Goya alla vecchiaia e alla morte. Certamente il quadro mette in evidenza le pulsioni aggressive che affliggevano il pittore a causa della sua malattia e si tratta quasi di una forma subcosciente del suo disagio. Gli sguardi allucinati e sconcertanti, insieme alle teste glabre e piene di rughe, non sono altro che l’immagine del dramma quotidiano ed esistenziale di Goya e in generale dell’umanità. La misera zuppa nera fa capire la decadenza e il profondo vuoto della sua esistenza in quel momento della sua vita, quasi fosse l’ultimo pasto prima di morire. È così che il dipinto si eleva a simbolo del pessimismo e della tristezza.

Pablo Dordit