Legata alla colonizzazione benedettina dell’XI secolo testimoniata da un documento del 1021, un atto di donazione dell’imperatore Arrigo II, in cui si fa menzione di una cella di San Benedetto alle dipendenze di Montecassino, confermando al monastero tutti i possedimenti valvensi e questa chiesa di campagna posta sul tracciato della Transumanza, Santa Maria di Cartignano rappresenta uno splendido esempio, tra i più antichi, del Romanico abruzzese. Benché in quegli anni la chiesa fosse già alle dipendenze di San Liberatore a Majella, essa divenne un monastero solo nel 1065, come si evince dai documenti dell’Archivio di Stato di L’Aquila. Le condizioni in cui la chiesa fu ritrovata all’inizio del 1900, completamente sommersa dai detriti alluvionali, resero difficoltoso il lavoro di ricostruzione della pianta originaria. In seguito a lavori di scavo e ad interventi di restauro, l’edificio è stato parzialmente ricostruito e presenta un impianto rettangolare a tre navate, divise da archi a tutto sesto, posti su pilastri quadrangolari.

Se abbondanti e preziosissimi sono i documenti del primo secolo dell’anno mille, sono inesistenti per i tre secoli successivi, così come non vi è traccia delle maestranze benedettine che abbandonarono Santa Maria di Cartignano nel 1390, anno in cui cessa di essere monastero. Alterne vicende che da Francesco Cantelmo, conte di Popoli, vedranno più rettori nel corso dei secoli detenere la proprietà della chiesa, fino a passare verso la metà del XVIII secolo ai monaci Celestini del Morrone e ad essere rivendicata, nel 1780, dai Borbone, portano al primo restauro più antico e documentato del 1769-’70, descritto dettagliatamente in due atti notarili redatti a Bussi, sulla ricognizione effettuata dal Governatore di Capestrano insieme ad alcuni cittadini. Dagli atti risulta una chiesa “di bel disegno e colla facciata di avanti antica fatta di pietre lavorate a scalpello con la porta grande e ben lavorata“. Non a torto si può supporre che delle lavorazioni a scalpello, tipiche delle maestranze benedettine, si è persa traccia nel tempo, sia per gli innumerevoli passaggi di proprietà della chiesa, causando possibili depredazioni di parti decorative, che per le diverse alluvioni subite negli anni, trovandosi alla fine di una valle scoscesa.

La chiesa oggi presenta una facciata semplice e austera a salienti che suggeriscono la divisione interna delle tre navate. Manca il portale d’ingresso segnato da un arco a tutto sesto, dall’architrave e dagli stipiti completamente lisci, mentre leggere decorazioni sono presenti nei capitelli. All’interno della lunetta si può ipotizzare un affresco, andato perduto col tempo e con l’umidità dei detriti alluvionali che seppellirono la chiesa. Il rosone, semplicissimo, formato da otto colonnette a raggiera, è costituito da un unico blocco. Il campanile, a vela e largo metà della navata centrale, comprende un arco a sesto acuto e testimonia gli ammodernamenti del secolo XIII e la diffusione del Gotico, introdotto dai monaci Cistercensi, ma non è fedele all’originale che presentava una colonnina centrale, dividendolo in due arcatelle ospitanti due campane, particolare questo descritto nel già citato documento del 1769-’70. All’interno la navata laterale destra, rappresenta la ricostruzione più fedele dell’antica chiesa, dovuta all’ultimo restauro del 1968, mentre in quella di sinistra si nota un capitello decorato da trote e da un rotolo a bassorilievo. La trota è il simbolo della valle del Tirino e della fornitura di trote di Bussi reca testimonianza anche il Chronicon Casauriense¹ (cc, 1111, Buxius) “ob copiam truttarum piscium” e inoltre “quia trutta et anas in eo fecundissimo fetu congignunt“. La facciata posteriore termina con un’abside semicircolare coronata ad archetti pensili. Il catino absidale, racchiuso da un arco a sesto acuto, ospitava un affresco, attribuito ad Armanino da Modena e oggi conservato nel Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila, rappresentante Cristo benedicente in croce tra la Madonna e San Giovanni nello schema tipicamente bizantino della deesis².

Gli interventi di liberazione della struttura dai detriti alluvionali, hanno portato alla luce altri piccoli affreschi inseriti in vani rettangolari e molto danneggiati dall’umidità, raffiguranti S. Nicola, S. Benedetto, S. Agata, S. Paolo, S. Amico, S. Mauro e S. Pietro, oggi conservati nei magazzini del Museo di L’Aquila. In quell’occasione vennero recuperati anche altri pregevoli lavori di un certo valore artistico. Tra questi un bassorilievo lapideo che rappresenta il tema pasquale, conservato nella chiesa di Santa Rita a Bussi, e una statua policroma della Madonna con il Bambino di cui unica generica citazione troviamo nel documento notarile del 1769-’70, anch’essa custodita nella medesima chiesa. L’edificio è completato da resti murari di cinta e di foresteria, uso questo che andrebbe accertato poiché potrebbe trattarsi di una parte del monastero i cui resti potrebbero trovarsi anche al di sotto della collina. Nella struttura muraria della chiesa sono stati rinvenuti blocchi di pietra locale con iscrizioni di epigrafi di età romana. Una di queste si trova sulla facciata principale, a sinistra del portale, e riporta un’epigrafe funeraria. Un’altra epigrafe funeraria si trova sul montante destro del portale della chiesa. La terza si trova sul muro esterno occidentale ed è una lunga iscrizione funeraria in otto linee sovrapposte.

1. Il Chronicon Causariense è la cronaca del monastero abruzzese di San Clemente a Casauria. Esso è opera del monaco Giovanni di Berardo, vissuto probabilmente fino agli inizi del secolo XIII. L’opera è dedicata all’abate Leonate da parte del confratello Giovanni (e di un continuatore, Rustico); essa abbraccia gli anni 866-1182. L’autore verga una cronaca roborata, cioè contenente la trascrizione di documenti relativi alla storia del cenobio (oltre duemila). La cronaca dimostra una forte ostilità verso i Normanni, che è dovuta al loro atteggiamento aggressivo verso i possedimenti del monastero; l’atteggiamento ostile sembra sfumarsi verso la fine della narrazione, forse un riverbero del periodo di pace vissuto dal regno sotto Guglielmo II.

2. La deesis o deisis (dal greco δέησις, supplica, intercessione) è un tema iconografico cristiano di matrice culturale bizantina, molto diffuso nel mondo ortodosso. Nella rappresentazione archetipica, in genere, si vede Cristo benedicente tra la Madonna e san Giovanni Battista (in alcune rappresentazione sostituito da San Nicola o altri santi) in atto di preghiera e supplica per i peccatori. La rappresentazione della deesis è spesso presente nel registro centrale delle iconostasi e può essere integrata dalle rappresentazioni degli arcangeli e di altri santi di importanza locale.

Approfondimenti

Giovanna Di Carlo, I ruderi di Santa Maria di Cartignano. Raiano -AQ-, 2005, Graphitype.

Il prof